Anna era seduta sul bordo di un divano consumato e fissava suo marito. David Moretti era sprofondato nella sua poltrona, gli stivali sporchi appoggiati direttamente sul tavolo da pranzo che lei aveva pulito quella mattina. La cenere della sigaretta cadeva sul pavimento, lasciando macchie grigie sul vecchio linoleum. «Sei una gallina patetica e inutile».

Le soffiò il fumo in faccia. «Senza di me marciresti sotto un ponte. Quindi sopporta le mie donne e stai zitta». Anna non batté ciglio.
Aveva imparato da tempo a non reagire alle sue provocazioni. Quando si erano sposati, tre anni prima, provava ancora a spiegare, a chiedere, a dimostrare qualcosa. Ora si limitava a sopportare. Aveva le sue ragioni per subire quell’umiliazione.
Lentamente voltò la testa verso la finestra. Dietro il vetro appannato dall’umidità della sera si vedeva il cancello di casa, una vecchia villa a due piani nella periferia di Milano. Davanti al cancello, un SUV nero rallentò, poi un altro, poi un terzo. Tre auto allineate, lucide sotto i lampioni.
Anna si concesse un sorriso appena percettibile agli angoli delle labbra. «A cosa sorridi? » ringhiò David. «Ti sto parlando».
Lei non rispose, continuando a guardare fuori, dove uomini in abiti scuri, spalle larghe e volti duri, stavano già scendendo dalla prima auto. Dalla macchina centrale scese un uomo alto sulla sessantina, con un impeccabile cappotto grigio. Anche da lontano Anna riconobbe il suo portamento, il suo passo sicuro. Vittorio Ferrante.
Suo padre. «Ma mi senti? » David si alzò dalla poltrona e fece un passo verso di lei. «Ti ho detto di preparare la cena.
Sylvia arriva tra un’ora e non voglio vederti qui con quella faccia acida». Sylvia era l’ultima amante di David, una segretaria dell’ufficio dove lui lavorava come impiegato di medio livello e si comportava come se fosse il re di un impero. Anna ricordava ancora la sua risata stridula, l’abitudine di masticare gomma a bocca aperta. «David», disse Anna piano, senza staccare gli occhi dalla finestra.
«Abbiamo ospiti». «Che ospiti? » Lui andò alla finestra e scostò brutalmente la tenda. «Chi diavolo è qui?
» Il suo viso impallidì. Gli uomini in abito scuro avevano già aperto il cancelletto e si dirigevano verso il portico. In testa camminava Vittorio Ferrante, appoggiato a un bastone dal pomo argentato, non perché fosse debole, ma per abitudine, un dettaglio dell’immagine di un uomo abituato al potere. «Chi è quello?
» Per la prima volta quella sera, l’incertezza entrò nella voce di David. «Hai chiamato qualcuno? » Anna finalmente lo guardò con calma, quasi con pietà. «È mio padre».
David sbiancò. «Tuo padre? Hai detto che non avevi contatti con la tua famiglia». Anna sorrise in silenzio.
Qualcuno bussò alla porta, non timidamente, ma con autorità. Tre colpi secchi, imperiosi. David corse alla porta, lisciandosi la camicia sgualcita mentre camminava. Anna restò seduta sul divano, le mani composte in grembo.
Dentro di lei tutto si congelò nell’attesa. Aveva aspettato quel momento per tre anni. Tre lunghi anni di pazienza, umiliazioni e silenzio. David spalancò la porta e fece un passo indietro.
Due uomini della sicurezza entrarono per primi, controllando rapidamente l’ingresso. Poi Vittorio Ferrante varcò la soglia. Il suo sguardo percorse le pareti scrostate, il tappeto logoro, le macchie sul linoleum. «Anna», disse a voce bassa, ma la sua voce sembrò riempire l’intera stanza.
«Figlia mia». Anna si alzò dal divano e gli andò incontro. Vittorio aprì le braccia e lei si aggrappò alla sua spalla. Aveva l’odore di colonia cara e di sigari, il profumo di un’infanzia che ricordava a malapena.
«Papà», mormorò David, rimanendo sulla porta a bocca aperta. Il suo sguardo passava da Anna a Vittorio e poi di nuovo ad Anna. «Io… io non capisco», balbettò. «Che succede?
Anna, che sta succedendo? » Vittorio si staccò dalla figlia e si voltò verso David. Il suo viso rimase inespressivo, ma gli occhi erano freddi come il ghiaccio. «Tu devi essere David Moretti», disse.
«Il marito di mia figlia». «Sì, io… cioè, sì». «Un piacere». «Non sapevo che Anna avesse una famiglia».
Vittorio avanzò di un passo. «Una famiglia, dei contatti, delle opzioni». David indietreggiò istintivamente. «Mia figlia mi aveva chiesto di non interferire nella sua vita», continuò Vittorio.
«Tre anni fa mi disse che voleva provare a vivere da sola, una vita normale. Ho rispettato la sua scelta. L’ho sempre rispettata». Lasciò vagare lo sguardo per la stanza, fermandosi sul tavolo con le impronte degli stivali e sul posacenere pieno di mozziconi.
«Ma oggi mi ha chiamato e mi ha detto che aveva finalmente deciso di andarsene, che ne aveva visto abbastanza di come vivono gli uomini senza onore e senza coscienza». David impallidì. Anna vide le sue mani tremare, il sudore sulla fronte. «Senti, abbiamo solo litigato», cominciò a balbettare.
«È normale che le coppie litighino. Non volevo farle del male». «Davvero non volevi? » ripeté Vittorio.
«Interessante. Allora cosa volevi dire quando hai chiamato mia figlia gallina inutile? Quando hai detto che senza di te sarebbe marcita sotto un ponte? » David aprì la bocca, ma non riuscì a emettere alcun suono.
«O quando portavi le tue amanti in casa dove vive tua moglie? » continuò Vittorio. La sua voce restava piatta, ma Anna vide i muscoli della mascella contrarsi. «Quando la costringevi a cucinare per l’ennesima giovane amante?
»
«Non è così». David si voltò verso Anna. «Anna, diglielo. Avevamo detto che erano cose nostre».
Anna rimase in silenzio, limitandosi a guardarlo. Nei suoi occhi non c’era rabbia né trionfo, solo una calma gelida. «Mia figlia non ti dirà più niente», tagliò corto Vittorio. «Perché per lei non esisti più.
Oggi fai le valigie e vai in albergo. Domani gli avvocati presenteranno le carte per revocare il tuo diritto di vivere in questa casa». «Cosa? » David cercò di protestare.
«Questa è casa mia». Vittorio sorrise leggermente, un sorriso sgradevole, pieno di disprezzo. «Casa tua». Tirò fuori dalla tasca del cappotto alcuni documenti piegati.
«Ecco un rapporto aggiornato del registro catastale. Tre anni fa tua nonna ha venduto questa villa. Indovina a chi? » Porse i fogli a David.
Lui li afferrò con mani tremanti e scorse le righe. Anna vide il suo viso cambiare dalla confusione allo shock, dallo shock all’orrore. «Impossibile», sussurrò. «Mia nonna non poteva…»
«Poteva», disse Anna con calma.
«All’epoca andai a trovarla. Parlammo a lungo. Si rivelò una donna intelligente. Capì subito che tipo di uomo eri e accettò di vendere la casa a un prezzo molto generoso, abbastanza per vivere in pace in una residenza privata per il resto dei suoi giorni».
David la fissò come se avesse visto un fantasma. «Hai pianificato tutto». «Volevo solo vedere chi eri davvero», rispose Anna. «Quando ci siamo conosciuti, sembravi un brav’uomo, attento, premuroso.
Ho pensato: e se fosse lui? E se avessi incontrato qualcuno capace di amarmi non per i soldi o per le conoscenze, ma semplicemente per quello che sono? » Fece una pausa e lo guardò negli occhi. «Ma hai mostrato la tua vera faccia molto presto.
Appena hai deciso che dipendevo da te, che non avevo dove andare, sei diventato volgare, infedele, un tiranno. Esattamente l’uomo che eri sempre stato. Lo nascondevi soltanto». «Io… posso cambiare», mormorò David pateticamente.
«Anna, dammi una possibilità. Non lo farò più». «Troppo tardi», lo interruppe Vittorio. «Ragazzo, non hai nemmeno capito con chi avevi a che fare.
Mia figlia è l’unica erede della famiglia Ferrante. Tra cinque anni guiderà un gruppo che vale più di quanto tu possa guadagnare in dieci vite». Fece un passo verso di lui, sovrastandolo. «E tu hai osato chiamarla gallina inutile».
David rimase al centro del soggiorno, ancora incapace di comprendere ciò che stava accadendo. Il suo viso era diventato di un grigio malsano, le mani tremavano leggermente. Anna lo osservava con fredda curiosità, come si esamina un insetto al microscopio. «Anna», disse David, la voce rotta, e per la prima volta in tre anni lei udì una nota di vero terrore.
«Ascoltami. Non capisco cosa sta succedendo. Ci sarà un errore. Siamo una famiglia».
«Famiglia». Anna si alzò lentamente dal divano, raddrizzando le spalle. Era sempre stata una donna elegante, ma ora c’era qualcosa di nuovo nel suo portamento, la fiducia innata di chi è abituato al potere. «Chiami famiglia il modo in cui mi hai trattato per gli ultimi tre anni?
» Vittorio fermò i suoi uomini con un gesto mentre già si muovevano verso David. Voleva dare a sua figlia la possibilità di parlare. «Ho lavato, cucinato, pulito», continuò Anna, facendo un passo avanti. «Ho sopportato i tuoi tradimenti, i tuoi insulti.
E tu appoggiavi gli stivali sul tavolo e mi chiamavi gallina». «Non sapevo…» David indietreggiò, urtando la massiccia poltrona di cuoio. «Se avessi saputo chi eri», lo interruppe Anna, la voce che suonava come acciaio, «magari ti saresti comportato diversamente. Ma quando pensavi che fossi una nessuna, hai mostrato la tua vera faccia.
Hai mostrato chi sei davvero». David deglutì a fatica. Il suo sguardo correva tra Anna e suo padre in cerca di un appiglio, di una minima possibilità di salvezza. «Aspetta, aspetta».
Alzò le mani in un gesto conciliante. «Possiamo parlarne? Cambierò. Giuro che sarò diverso.
Dammi solo una possibilità». «Una possibilità». Anna sorrise con amarezza. E quel sorriso era la copia esatta di quello che era apparso sul viso di suo padre pochi istanti prima.
«Hai avuto tre anni di possibilità. Ogni giorno, ogni minuto. E cosa ne hai fatto? »
Dall’ingresso arrivarono delle voci.
Uno degli uomini della sicurezza sussurrò qualcosa a Vittorio. «C’è una donna nel cortile. Dice che la stavate aspettando». Anna si voltò verso suo padre.
«Dev’essere Sylvia, la sua amante. Quella che stava per portare in casa». Vittorio fece un cenno all’uomo. «Lasciala entrare.
Così può assistere anche lei al finale di questo spettacolo». Un minuto dopo, una giovane donna bionda entrò nel soggiorno, con una gonna provocante e tacchi alti. Il suo passo sicuro si fermò appena vide la scena: uomini in abiti scuri, volti tesi, un’atmosfera pesante. Guardò David con incertezza.
«Che succede qui? Mi avevi detto che tua moglie…» «Che sono una nessuna? » chiese Anna con dolcezza, voltandosi verso la ragazza. «Che sarei felice di sparire e lasciare il mio posto a te?
» Sylvia batté le ciglia finte, confusa. Era evidente che non capiva in cosa si fosse cacciata. «Io… non volevo», cominciò, ma David la interruppe bruscamente. «Stai zitta.
Vattene». «No», intervenne Vittorio. «Lasciala restare. Che veda con chi si è messa».
Si voltò verso David e la sua voce si fece più dura. «David Moretti, trentadue anni. Laurea mai conseguita nonostante tre iscrizioni a diverse università. Negli ultimi cinque anni impiegato di medio livello, viveva del denaro lasciato dalla nonna e del reddito di due appartamenti in affitto che, tra l’altro, non gli appartengono più».
David diventò ancora più pallido. «Cosa? Gli appartamenti? » «Mia figlia è stata molto lungimirante», disse Vittorio, e nella sua voce traspariva un orgoglio malcelato.
«Ha rilevato tutti i tuoi debiti, e non erano pochi. Ricordi quella partita a poker due anni fa in cui hai vinto esattamente la somma che dovevi? O l’improvviso saldo del tuo prestito bancario? Tutto opera di Anna».
Anna si avvicinò alla finestra, guardando la strada silenziosa. Parlò con calma, quasi distaccata. «Credevo che fossi una brava persona, David. Quando ci siamo conosciuti, eri diverso.
Premuroso, attento, gentile. Mi sono davvero innamorata di te e ho deciso di scoprire se amavi me o ciò che ti potevo dare». Si voltò e nei suoi occhi brillavano le lacrime, le prime della sera. «Speravo di sbagliarmi.
Speravo che non saresti cambiato nemmeno pensando che fossi povera e dipendente da te. Invece sei diventato un mostro. Lentamente, giorno dopo giorno». «Anna, tesoro».
David fece un passo verso di lei, ma uno degli uomini della sicurezza gli bloccò immediatamente la strada. «Ti amo davvero. È solo che ero stanco. Capisci?
Stanco della povertà. Della mancanza costante». «Povertà? » Anna rise amaramente.
«Vivevi in una villa. Avevi tutto ciò di cui avevi bisogno». All’improvviso Sylvia parlò, con una nota isterica nella voce. «Ha detto che eri brutta, vecchia e grassa.
Ha detto che stava con te solo per pietà». Il silenzio cadde nella stanza. David si coprì il viso con le mani. Vittorio fissò la bionda con freddezza.
«Signorina, le consiglio di uscire immediatamente da questa casa e di considerarsi fortunata. Se avesse saputo con quale famiglia si stava mettendo, non si sarebbe nemmeno avvicinata a quest’uomo». Sylvia non aspettò che glielo ripetessero. Si voltò e corse fuori, i tacchi che battevano sul parquet come una raffica.
Vittorio fece un cenno agli uomini della sicurezza. «Accompagnate il signor Moretti in camera da letto così può fare i bagagli». Poi si voltò verso David. «E non pensare nemmeno di rompere o rubare qualcosa.
Ci sono telecamere ovunque e qualsiasi danno verrà addebitato fino all’ultimo centesimo». David si alzò barcollando. La sua arroganza era evaporata, lasciando solo un uomo smarrito che improvvisamente si rendeva conto che tutto ciò di cui si era vantato era un’illusione. «Perché?
Io ti amavo», riuscì a dire, fermandosi sulla soglia. Anna lo guardò a lungo. «No», disse piano. «Amavi l’idea di possedermi.
Amavi la sensazione di potere. Amavi potermi umiliare senza conseguenze. Ma non mi hai mai amato». Quando la porta si chiuse dietro David e gli uomini della sicurezza, Vittorio si avvicinò alla figlia e le cinse cautamente le spalle.
«Ce l’hai fatta», disse a voce bassa. «So quanto siano stati difficili questi tre anni». Anna appoggiò la testa sulla sua spalla, e solo allora, quando fu tutto finito, si permise di essere debole. «Ci credevo davvero, papà», sussurrò.
«Credevo che fosse un brav’uomo, che non mi fossi sbagliata». «Non ti sei sbagliata», rispose Vittorio. «Hai semplicemente scoperto la verità. Meglio ora che tra vent’anni con tre figli».
Rimasero in silenzio, ascoltando i rumori attutiti provenienti dal piano di sopra. David stava facendo i bagagli sotto sorveglianza. «E adesso cosa faccio? » chiese Anna, staccandosi da lui e asciugandosi gli occhi.
«Adesso torni a casa», disse fermamente suo padre. «Prendi il tuo posto in azienda come avevamo pianificato. Vivrai una vita piena. Incontrerai qualcuno che ti meriti davvero».
«Non so se riuscirò mai più a fidarmi di qualcuno». «Ci riuscirai», disse con sicurezza. «Sei forte. Lo sei sempre stata.
Hai solo passato tre anni a fingere di essere debole». Sorrise. «A proposito, tua madre ti aspetta a casa. Ha preparato le lasagne al forno che ti piacciono tanto».
Anna sorrise debolmente. «Mi sono mancate le sue lasagne». «E tu sei mancata a lei. A entrambi».
Vittorio guardò l’orologio. «Basta esperimenti. Vieni con me adesso o preferisci restare fino a domani mattina? » Anna si guardò intorno.
Quella casa era stata la sua prigione per tre anni. Un luogo di umiliazione e delusione. Lì aveva finto di essere qualcun altro, aveva nascosto la sua vera identità e sopportato ciò che nessuna donna dovrebbe mai sopportare. «Vengo subito», disse con decisione.
«Non ho più niente da fare qui». Passi pesanti arrivarono dal piano superiore. David scese con due borse in mano, il viso cupo, le spalle curve, mentre le guardie lo seguivano controllando ogni sua mossa. «Ho preso tutto», mormorò senza guardare Anna.
«Ottimo», rispose Vittorio con freddezza. «Accompagnatelo fuori dal cancello». David si fermò sulla porta e si voltò. Qualcosa gli attraversò il viso: rimpianto, rabbia, o forse solo la consapevolezza dell’irreversibilità di ciò che stava accadendo.
«Te ne pentirai», disse guardando Anna. «Siete tutte uguali. Ti sentirai sola senza di me». Anna sorrise debolmente.
«Sai come mi sento in questo momento? » chiese. «Sollevata. Per la prima volta in tre anni posso respirare a pieni polmoni».
David mormorò qualcosa tra sé e uscì, sbattendo la porta. Dalla finestra, Anna lo guardò passare davanti alle auto nere. Si fermò, si voltò verso la casa, poi si trascinò via nella luce del crepuscolo che si infittiva. «Pronta?
» chiese suo padre. Anna annuì, prese le chiavi di casa dalla tasca e le posò sul tavolo vicino alla porta. Non le sarebbero servite più. Era pronta.
Uscirono insieme. L’aria fredda della sera le colpì il viso e Anna la respirò avidamente. La libertà sapeva di autunno, di foglie cadute e di nuove possibilità. La Mercedes nera si allontanò dolcemente, lasciandosi alle spalle la casa che era stata la sua prigione per tre anni.
Il corteo imboccò la strada principale che portava fuori città. Anna si lasciò sprofondare nel sedile di pelle morbida e chiuse gli occhi. «Riposa», le consigliò Vittorio. «È un lungo viaggio».
Ma Anna non riusciva a dormire. Gli avvenimenti delle ultime ore e degli ultimi anni le scorrevano nella mente. Come aveva conosciuto David in un bar, quanto era affascinante, attento e premuroso. Come le faceva complimenti, le regalava modesti mazzolini di fiori di campo e la portava in ristoranti economici.
Allora sembrava vera felicità, amore senza calcolo. Non gli aveva mentito sulle sue origini. Semplicemente aveva taciuto. E David, a quanto pareva, l’aveva accettata così com’era.
L’aveva sposata senza esitazioni, nonostante le proteste di sua madre che considerava la nuora indegna della loro famiglia. Poi erano arrivati tre anni di matrimonio, gli ultimi due trasformati in un vero inferno. David aveva cominciato a fare tardi per lavoro. L’odore delle altre donne era apparso insieme a tracce di rossetto sui colletti.
Quando Anna cercava di parlarne, lui la rimproverava, la accusava di non fidarsi di lui, la chiamava paranoica. Poi era arrivata la prima amante, poi la seconda, poi la terza. Anna aveva sopportato, osservato e registrato ogni umiliazione, ogni insulto, ogni tradimento. Aveva aspettato il momento preciso in cui il vaso sarebbe stato così pieno da poter andarsene senza rimpianti.
E quel momento era arrivato. «Siamo arrivate». La voce di Vittorio la riportò alla realtà. Anna aprì gli occhi e trattenne il respiro.
Davanti a lei si ergevano i cancelli in ferro battuto della tenuta di famiglia Ferrante, un luogo che non vedeva da tre anni. Querce alte lungo il viale d’ingresso. Una villa bianca con colonne. Una fontana al centro della piazza circolare davanti all’ingresso.
Casa. La sua vera casa. I cancelli si aprirono silenziosamente e il corteo entrò. Sulla scalinata c’era sua madre, una donna elegante in un tailleur chiaro, con un’acconciatura impeccabile e gli occhi lucidi di lacrime.
Appena l’auto si fermò, Anna scese di corsa e si gettò tra le sue braccia. «Ragazza mia, stupida e testarda ragazza mia», sussurrò sua madre accarezzandole i capelli. «Mi sei mancata così tanto. Ero così preoccupata».
Rimangono abbracciate finché Vittorio non tossì leggermente. «Forse possiamo continuare dentro. La sicurezza si sta già commuovendo». Anna rise tra le lacrime, per la prima volta dopo molti mesi.
Una risata vera, vibrante. Dentro la villa, tutto era familiare e caro. La scala di marmo, il lampadario di cristallo, i quadri dalle cornici pesanti, il profumo costoso di sua madre e i sigari di suo padre, l’odore dell’infanzia, della sicurezza, dell’amore. «Ho preparato la tua stanza», disse sua madre accompagnandola su per le scale.
«È tutto come prima. Non ho permesso a nessuno di entrarci». La porta si aprì e Anna si fermò sulla soglia. La sua stanza era luminosa e spaziosa, con enormi finestre a tutta altezza che davano sul giardino, mobili bianchi, dettagli turchesi, librerie a tutta parete.
Tutto al suo posto, come se se ne fosse andata il giorno prima e non tre anni prima. «Grazie, mamma», sussurrò. «Riposa, fai un bagno, cambiati. Stasera ceneremo insieme, come una famiglia».
Sua madre la baciò sulla fronte e uscì in silenzio, chiudendo la porta. Anna andò alla finestra e la spalancò. L’aria fresca entrò nella stanza portando l’aroma delle rose del giardino. Respirò a fondo e sentì la tensione degli ultimi anni sciogliersi poco a poco.
Lì era al sicuro. Lì era amata. Lì poteva essere se stessa. Ma la pace durò poco.
Un’ora dopo, quando Anna uscì dal bagno avvolta in una morbida vestaglia, qualcuno bussò alla porta. «Anna, posso? » La voce di suo padre era seria. «Certo, papà».
Vittorio entrò con un tablet in mano e un’espressione preoccupata. «Michelle mi ha appena chiamato», cominciò, riferendosi al capo della sicurezza. «Tuo marito… il tuo ex marito sta cercando di contattare la stampa». Anna aggrottò le sopracciglia.
«Cosa sta dicendo? » «Che l’hai ingannato. Che il matrimonio era una farsa. Che hai distrutto la sua vita di proposito.
Vuole fare la vittima». Anna sorrise con amarezza. «Certo. Ha sempre saputo interpretare bene la parte della vittima delle circostanze».
«Michelle suggerisce di precederlo. Abbiamo tutte le prove dei suoi tradimenti, registrazioni dei suoi insulti, testimonianze. Possiamo screditarlo completamente agli occhi del pubblico». Anna rifletté.
Una parte di lei voleva esattamente questo: l’umiliazione pubblica, la distruzione totale della reputazione di David. Ma un’altra parte, stanca e logora, voleva solo pace. «No», disse infine. «Lascia che dica quello che vuole.
Non risponderemo». «Anna». «Papà, ho vissuto tre anni all’inferno per dimostrare a me stessa che potevo sopportare qualsiasi cosa in nome dell’amore. Non voglio più dimostrare niente a nessuno.
Lasciamo che viva con la sua versione dei fatti. Io so la verità. Tu sai la verità. Questo mi basta».
Vittorio la guardò attentamente e annuì. «Sei cresciuta. Sei diventata più saggia». «Ho pagato un prezzo troppo alto per questa saggezza», rispose Anna a voce bassa.
Suo padre la abbracciò. «Ma l’hai sopportato, ed è questo che conta». Fece una pausa, poi aggiunse: «Sai, ho sempre avuto paura che la ricchezza ti rovinasse, che ti rendesse viziata, incapace di apprezzare le cose semplici. Per questo, quando mi hai detto che volevi provare a vivere una vita normale, ho accettato.
Ma non pensavo che saresti arrivata così lontano». «Nemmeno io», ammise Anna. «Volevo solo scoprire cosa fosse il vero amore. Un amore senza calcoli».
«E l’hai scoperto? » Anna sorrise tristemente. «Ho scoperto che il vero amore non esiste. Esistono solo l’interesse, la convenienza, l’abitudine».
«Non dire così», la corresse dolcemente suo padre. «Hai solo scelto l’uomo sbagliato. Questo non significa che l’amore non esista. Guarda me e tua madre.
Stiamo insieme da trentacinque anni e la amo come il primo giorno». «Tu e mamma vi siete incontrati da pari», lo ricordò Anna. «Anche la mamma proveniva da una famiglia importante. Non hai dovuto metterti alla prova».
«È vero. Ma non è una questione di denaro, figlia mia. È una questione di rispetto, di disponibilità a sostenersi a vicenda, di saper vedere l’altro come una persona e non come un mezzo per raggiungere i propri fini».
Anna annuì, ma nel profondo continuava a dubitare.


